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Cuba, l'isola dai mille volti.


Tutto ebbe inizio una domenica pomeriggio di metà febbraio al tavolo del circolo presso il quale abitualmente ci ritroviamo. Due chiacchiere, un prosecco e i soliti amici di tutta una vita. Le consuete discussioni sulle partite appena concluse della serie A (alle quali molto spesso partecipo principalmente come spettatore) e successivamente, come da copione, seguono le generalizzate lamentele sul fatto che anche questo fine settimana è ahinoi, oramai giunto al termine.
Quella volta però, un mio carissimo amico d'infanzia, ben consapevole del fatto che è per noi (la mia ragazza ed io) consuetudine decidere all'ultimo minuto dove passare le ferie, pensò di prenderci un po' in giro chiedendoci se avevamo già fissato le vacanze estive. Dopo alcune risate e diverse battute, con tono molto convincente la mia ragazza mi guarda ed esclama: No, no, quest'anno abbiamo già fissato; andiamo a Cuba!!!
Ora, considerando che lei è terrorizzata anche solo all'idea di dover volare, ho pensato che sicuramente stesse scherzando e che si sarebbe tutto risolto in un nulla di fatto. E invece...

Dopo sei mesi, un viaggio di 10 ore e 35 minuti circa e un atterraggio non proprio convenzionale a causa di un forte temporale in atto, abbiamo messo finalmente piede o meglio le ruote, sul territorio cubano. Proprio perchè aveva da poco smesso di piovere, come siamo usciti dall'aereo una forte ondata di caldo umido ci ha investito appiccicando di fatto i nostri vestiti alla pelle. Il check-in per entrare a Cuba è stato decisamente macchinoso; identificazione della persona e controllo passaporto, archiviazione del soggetto tramite scatto fotografico, passaggio ai raggi x del bagaglio, passaggio della persona sotto il metal-detector e una sorta di ulteriore perquisizione tramite un altro metal-detector che le guardie di frontiera tenevano in mano passandocelo davanti, dietro e sotto.
Tutto ok, possiamo passare e andare a prendere un taxi!

Finalmente siamo in hotel, altro check-in, questa volta molto più rapido e informale, una veloce rinfrescata e via subito per un primo assaggio di quella che si dimostrerà una città dai mille volti.
Ubicati vicino al centro storico decidiamo di percorrere subito il lungo viale Paseo del Prado, che dal Parque Central arriva fino al mare. Ambiziosi! Sì, siamo stati decisamente ambiziosi nel pensare che avremmo tranquillamente passeggiato, ammirando le particolarità della città. Infatti appena usciti dallo hotel veniamo "assaliti" da una flotta di tassisti, sia motorizzati sia dotati di simpatiche biciclette a tre ruote, che si presentano dicendo: Taxi?

Qualcuno ci chiede se vogliamo fare un tour della città, da quanto tempo siamo a Cuba e per quanto tempo ci fermeremo a Cuba e infine: Da dove venite?
Alla nostra risposta di essere italiani, quello che sul volto del nostro interlocutore si mostrava come un semplice sorriso di cortesia si trasforma immediatamente in una grassa risata e allora... Spaghetti, Pizza, Mafia, Berlusconi!!! Ebbene sì, siamo proprio etichettati in questo modo, ma è soltanto un semplice schema adottato per rompere il ghiaccio, in realtà al popolo cubano rimaniamo molto simpatici e si divertono nel parlare con noi, tanto che molte volte rimane difficile "sganciarsi" da una discussione senza correre il rischio di sembrare scortesi.

Molto spesso però, dopo le prime battute, si ha più l'impressione di essere considerati una sorta di polli da spennare, infatti fioccano proposte del tipo: Se vuoi i veri sigari cubani ti porto in un posto dove li puoi trovare a un ottimo prezzo! oppure Ti porto in una casa particular dove si sta magnificamente e si spende poco. e ancora Se hai fame conosco un ristorante dove si mangia benissimo e si spende poco. Ovviamente! Se però continui a declinare le loro proposte ecco la frase più gettonata: Comprami almeno un pacco o due di latte per i miei figli.
Insomma passeggiare per l'Avana sembra essere più complicato di quanto ci si potesse immaginare.

E' necessario però fare uno sforzo per cercare di capire come e di che cosa vivono i cubani. Innanzitutto si deve sapere che a Cuba e soltanto a Cuba esistono due monete; nello specifico il Pesos convertibile detto comunemente CUC, equiparato al dollaro americano e utilizzato principalmente dai turisti, poi c'è il Pesos Cubano, la moneda nacional, con la quale il popolo caraibico si compra (ad un prezzo abbastanza onesto) i generi di prima necessità come il pane, il riso, la frutta, lo zucchero ecc. mentre per la quasi totalità degli altri prodotti è sempre più frequente che si rendano necessari CUC anche per i cubani. Ora, considerando che lo stipendio medio si aggira intorno ai 20 Euro, quindi circa 26,50 Cuc e che ad esclusione dei prodotti in precedenza elencati, tutto il resto costa poco meno che in Italia, potete immaginarvi come non sia così facile sbarcare il lunario. Il turista quindi viene visto principalmente come un'opportunità per avere in poco tempo quel qualcosa che altrimenti, arriverebbero ad avere nel migliore dei casi con molti più sacrifici.

Bisogna altresì dire che il popolo cubano è davvero fantasioso, vi capiterà di imbattervi in guide turistiche non proprio ufficiali, ma comunque molto colte e simpatiche, personaggi dallo strano aspetto che si offrono "gentilmente" di fare da guardiani, durante le ore notturne, alla vostra macchina parcheggiata davanti casa in modo che nessuno rubi niente (anche se non c'è effettivamente niente da rubare ;-)), oppure veri e propri consiglieri che vi diranno dove andare a mangiare, dormire, ascoltare buona musica o soddisfare qualsiasi altra vostra necessità in cambio di un... presente. In definitiva per il turista dalla mancia facile è un vero e proprio paradiso terrestre.



La Habana

L'Avana è come una signora ultra settantenne ancora molto bella, affascinante nonostante i segni del tempo ben visibili su quella che una volta, era una morbida e lucida pelle color ebano.

La città dell'Avana salta subito al naso, odori forti o appena percepibili si accavallano l'uno sull'altro ad ogni angolo, vicolo dopo vicolo. Un misto di cibo leggermente bruciato, umidità, calore e smog. Le caratteristiche Cadillac che si vedono praticamente in ogni rappresentazione di Cuba, sono dei veri e propri gioielli, produttori instancabili di densi fumi dalle tonalità grigio/nere.
Dopo la Rivoluzione castrista, come oramai tutti sanno, gli Stati Uniti imposero un severo embargo commerciale che tutt'ora è in vigore seppur con meno restrizioni di un tempo, quindi risultò sempre più difficile e successivamente impossibile per il popolo cubano trovare sia pezzi di ricambio sia comprare auto nuove che andassero a sostituire gli oramai vecchi e semi distrutti macinini. Non avendo alternativa i cubani si sono trasformati in eccellenti meccanici e stringendo un bullone qua e allentando una vite là (oppure sostituendo il motore con quello di una Lada made in ex U.R.S.S.) riescono ancora a far andare i loro spettacolari demoni inquinanti. Come luci colorate durante un concerto, appaiono e si divincolano tra le strette e affollate vie del centro, sfrecciando a tratti lungo le rette vie principali (avenida), dove vecchi Suzuki, sidecar e biciclette a tre ruote, si alternano ad ogni incrocio.

Girando per quella parte dell'Avana non ancora ristrutturata dall'UNESCO e quasi priva di turisti, ci si rende subito conto delle reali condizioni di vita in cui si trova parte della gente comune. Le case, molto spesso senza porta, sono decrepite e pericolanti, i cornicioni (maggior pericolo della città) che anno dopo anno s'impregnano d'acqua a causa delle piogge torrenziali e della mancanza di manutenzione, finiscono per franare improvvisamente sui marciapiedi travolgendo gli ignari passanti. L'acqua corrente è spesso un lusso che molti non si possono permettere a causa di interi tratti di tubature compromessi o mal funzionanti, mentre all'energia elettrica ci si attacca un po' come si può!

In pochi metri quadri si accalcano famiglie allargate, genitori, figli, nipoti, nonni. C'è chi ci saluta da sopra il letto su cui è disteso, alzando una mano e con indifferenza torna a guardare in alto la piccola TV appesa al muro. Il più delle volte in queste piccole e anguste stanze non esistono altre porte, bensì tende fatte con vecchie lenzuola o coperte che conducono ad un'altrettanto piccola cucina o camera da letto, dove trovano posto, insieme agli altri membri della famiglia, decrepite scatole con vestiti, ciabatte e qualche malandata pentola di metallo. Inutile dire che in situazioni del genere la sporcizia campeggia un po' ovunque lungo le strade, mentre nelle zone più frequentate dai turisti (e consigliate dagli info-tour), sia le piazze che le strade sono sempre molto pulite e la polizia vigila ad ogni angolo.
Ma anche nei sobborghi più disagiati la vita di quartiere è molto attiva, ad ogni angolo si trovano bancarelle su ruote con frutta e verdura e sulla faccia della gente campeggia sempre un grande sorriso.
Sembra proprio che ogni cubano abbia fatto sua la celebre frase di Charlie Chaplin: Un giorno senza sorriso è un giorno perso.

Dal punto di vista architettonico la città dell'Avana è un susseguirsi di splendidi porticati in stile coloniale, grandi palazzi a più piani con lunghe terrazze in ferro battuto, chiese, piazze, monumenti e cattedrali; insomma girando per la capitale cubana è impossibile non trovare almeno un piccolo angolo che ti colpisca a tal punto da volerlo portare con se al momento del rientro a casa.
Sorta nel 1519 in prossimità di una grande baia dal perimetro di circa 25 km, sulla quale ancora oggi esiste il porto, la città dell'Avana ha avuto un ruolo fondamentale per la conquista del nuovo mondo. Influenzata da circa cinque secoli di architettura, plasmata dagli ingegneri militari e gli artigiani europei che nel tempo ci si trasferirono costruendo fortezze, palazzi, chiese, conventi e forgiata dai coloni in base alle loro esigenze, al clima e alle risorse presenti sull'isola, si distingue oggi in tutto il mondo per la sua unicità e identità culturale.




Viñales

Dopo i primi tre giorni passati a districarsi tra la miriade di piccole vie del centro Avana, prendiamo possesso di una piccola utilitaria che ci accompagnerà per il resto del nostro viaggio. Percorriamo tutto il Malecon, un lungo viale che costeggia tutta la costa nord de L'Avana e che collega i vari quartieri della città, per arrivare poi a prendere, dopo vari tentativi (i cartelli stradali non sono il pezzo forte di Cuba ;-)), l'unica autostrada presente sull'isola, l'Autopista National, direzione Ovest. La strada si presenta come un'ampia arteria a più corsie (almeno tre o quattro) percorsa principalmente da vecchie auto anni '50, camion, biciclette e carri trainati da cavalli. Gli autoveicoli moderni sono "riservati" ai soli turisti, gli unici per adesso in grado di potersi permettere un viaggio comodo su un pullman granturismo o di noleggiare un'automobile.
Come consigliato da un signore con il quale avevamo passato un po' di tempo a parlare nel nostro vagabondare per l'Avana, ci posizioniamo, dopo alcuni chilometri e qualche brusca frenata per evitare dei veri e propri crateri, sulla corsia più a sinistra, l'unica in condizioni tali da permetterci di mantenere una velocità di crociera costante e accettabile. Lungo il tragitto è necessario fare molta attenzione non solo ai tanti animali che tranquillamente pascolano ai bordi della strada, ma anche a tutte quelle persone che letteralmente si gettano in mezzo alla carreggiata nel tentativo di vendere i loro prodotti.

Dopo alcune ore usciamo dalla monotonia dell'autostrada e un'anziana signora da sopra un vecchio camion intuisce, mi guarda, sorride e mi fa segno di girare dalla parte opposta a dove lei si sta dirigendo. Ricambio il sorriso e saluto la gentile vecchina con un'alzata di mano fuori dal finestrino. Adesso la strada è davvero irregolare e complice la limitata larghezza percorriamo con cautela gli ultimi 36 km che ci separano da Viñales.

Tutto qua mi riporta alla mente i racconti di mia mamma, quando da bambina, nel piccolo paese di montagna, passava le sue giornate a rincorrere le galline tra carri, muli, vacche, maiali, cani e gregge di pecore. In effetti è come tornare indietro nel tempo, la sveglia data dal canto del gallo, il venditore di formaggio che urlando la sua presenza induce la gente ad uscire e poi ancora l'ambulante con il pane, quello con il latte appena munto e quello con la frutta di stagione o i dolci tipici del posto. I campesinos, così vengono chiamati coloro che lavorano la terra, si vedono durante tutto il giorno sopra i loro precari carretti a due ruote o a cavallo di una cigolante bicicletta, trasportando quello che è il frutto del loro duro lavoro.

Le case lungo le due vie principali del paese sono tutte molto simili tra loro, solitamente colorate quelle dedicate anche all'accoglienza dei turisti, scalcinate e incolori le altre. Sotto l'immancabile porticato trovano posto le classiche sedie a dondolo in legno, strumento di relax di ogni donna e uomo del paese.
Dopo alcuni giri troviamo una semplice, ma molto accogliente casa cubana. La proprietaria non è presente al momento del nostro arrivo, ma la vicina di casa ci assicura che prima di sera tornerà, ci invita ad entrare per vedere la casa e ci dice che se a noi va bene, possiamo tranquillamente iniziare a sistemarci. Seduto anch'io adesso su una delle sedie a dondolo osservo, da sotto il porticato al primo piano, la vita che scorre lungo la strada. Bambini che si rincorrono e mamme che in compagnia di altre mamme ridono e richiamano i loro figli monelli.
Yo soy el Rey (io sono il re), sta scritto su un calesse, dietro la spalliera dove siede il cocchiere, camicia chiara a scacchi e cappello nero da cowboy; sorrido e continuo a rubare con gli occhi tutto ciò che mi circonda. Una vecchia Chevrolet bianca, mastodontica, impacciata, si sofferma davanti casa del vicino, è tirata a lucido, aspetta qualcuno da portare in giro; sulla portiera il nome: Titanic.

Le donne proteggono la loro pelle dai raggi solari con ampi ombrelli variopinti. Gli uomini girano con il machete appeso al fianco, inseparabile compagno di lavoro nei campi. Tra le gente del posto si evidenzia una sincera solidarietà, tutti si conoscono e tutti si salutano, si percepisce una sensazione molto piacevole di serenità.
Come promesso nel tardo pomeriggio fanno ritorno i proprietari di casa, ci salutano entusiasti e ci preparano subito un buonissimo succo di mango appena staccato dalla pianta sul retro. Sono tutti molto cordiali e la signora si perde nei discorsi raccontandoci dov'è stata e come di solito passano le loro giornate.
Il marito è un pescatore e tutti i giorni si sposta sulla costa nord, nel golfo del Messico, dove insieme ad altri pescatori si guadagna da vivere. Sua figlia, da quando sono riusciti ad ampliare casa e ad ospitare turisti, si occupa principalmente di gestire questa nuova attività. La cena che ci prepararono era deliziosa, zuppa di fagioli, riso, aragosta, banana fritta, pane e frutta a volontà!

Fin dal mattino presto il paese si anima di persone, ciabattini e lustrascarpe si affiancano lungo la via principale, dalle porte delle case si affacciano signore che offrono la colazione e tra un ristorante ancora chiuso e un piccolo bazar, qualcuno suona una melodica canzone di un amore perso e non ancora ritrovato. Altre persone aspettano un mezzo pubblico o un qualsiasi passaggio per raggiungere il posto di lavoro. La piazza principale mostra orgogliosa le poche palme sopravvissute al violento uragano che nel 2008 provocò non pochi problemi all'intera regione, l'alto campanile della chiesa in stile coloniale sembra sorvegliare i suoi parrocchiani e i tanti turisti che si fermano ad osservare e scattare fotografie.

Ci addentriamo poi lungo una delle tante vie sterrate che partono dal paese seguendo un piccolo carro che trottando, si allontana velocemente da noi. Dopo alcune centinaia di metri troviamo una signora che si offre di accompagnarci ad una piantagione di tabacco, la spendente vegetazione contrasta magnificamente il rosso saturo della terra. Le improbabili strade che come vene colme di sangue attraversano il lussureggiante paesaggio, ci guidano alle diverse coltivazioni. Ananas, banane, tabacco e malanga (una specie di patata bianca e blu) perfettamente allineati come schiere di legionari romani, farciscono gli appezzamenti di terreno protetti dai grandi Mogotes. A farci compagnia nel nostro vagabondare maiali, cavalli, mucche, cani, galline e qualche altro assurdo animale addomesticato. Una nutria ci corre incontro osservata da lontano dal suo padrone che dalla sua sedia a dondolo ci sorride e ci saluta.
Tutto qui sembra coesistere nel massimo rispetto e tolleranza. Ce ne andiamo a letto ogni sera con un'esperienza diversa e con la mente che frulla di sensazioni ancora vive dentro di noi.




Cienfuegos

Ci lasciamo alle spalle la tranquillità e la spensieratezza di Viñales tre giorni dopo esserci arrivati, ripercorriamo a ritroso l'Autopista fino alla capitale e prendiamo la direzione per Cienfuegos. Abbiamo però perso molto tempo nel ritrovare le chiavi della macchina quella mattina... me tapino, dunque siamo in grave ritardo sulla tabella di marcia, tanto che decidiamo di fermarci una notte a Playa Larga, nella penisola di Zapata. Essendo oramai sera e avendo estrema necessità di fare una doccia e riposarci, ci accontentiamo di dormire una notte nell'unico hotel della zona.
Ripartiamo la mattina seguente in direzione Gyron, ma dopo pochi chilometri il mio piede si alza dall'acceleratore e ci fermiamo per tuffarci nello splendore del mar dei Caraibi. Insieme a noi, dopo pochi minuti, una famiglia ci fa compagnia mentre nuotiamo tra un grosso banco di pesci di barriera, i colori dei pesci e dei coralli sono paradisiaci e il mare, praticamente una tavola, ci trattiene più del dovuto. Ancora una volta in ritardo ci rimettiamo in marcia e attraversando campagne incantevoli percorse da lunghe e dritte strade e piccoli paesi dal decadente aspetto, raggiungiamo finalmente la città di Cienfuegos.

Ci mettiamo subito alla ricerca di una nuova temporanea residenza che troviamo a poco più di mezzo chilometro dal centro storico e subito dopo aver lasciato le valige in camera, ce ne andiamo a fare un giretto a piedi. La cittadina si presenta come una grande scacchiera dove innumerevoli pedine si muovono impazzite lungo tutte le strade del e vicino al centro. Come bambini rapiti dal loro gioco preferito, abbiamo continuato a girare per il centro storico ammirando gl'innumerevoli edifici neoclassici e complice il caldo soffocante, ci siamo scordati di mettere qualcosa sotto i denti, limitandoci a bere in continuazione. Arrivati nella piazza centrale dedicata a Jose Martì, politico, scrittore nonché uno dei più importanti eroi nazionali, decidiamo di prenderci un Mojito al bar storico El Palatino.
Anche qua, essendo nel posto più turistico della città, la piazza è molto pulita e ben curata. Nel centro si erge la statua dedicata appunto a Jose Martì dove a tutte le ore, persone di tutte le età, si cimentano in spettacolari esibizioni musicali. Tutto intorno ci sono edifici di un certo pregio e valore storico, come il teatro Tomàs Terry, dal nome di un magnate dello zucchero di origini venezuelane, costruito nel 1889 è oggi uno dei più vecchi teatri di tutta Cuba, il Palacio de Gobierno, la Catedral de la Purísima Concepción, l'Arco de Triunfo., l'unico in tutta l'isola.

Lì facciamo conoscenza con alcuni cubani intenti a bersi una birra che appena ci vedono ci riconoscono subito come italiani. Ci spiegano che dai nostri atteggiamenti e modi di fare è impossibile sbagliarsi e che in nostra compagnia si divertono sempre molto. Ci sono musicisti di strada e artisti di vario genere, scambio ancora due parole con il cameriere e con un abile pittore, che in pochi minuti crea una simpatica caricatura di me e la mia inseparabile macchina fotografica. Ci godiamo per circa mezz'ora la gradevole pausa circondati da buona musica e gente affabile.
Facciamo ancora un giro lungo le vie adiacenti il centro quando il cielo improvvisamente decide che l'implacabile sole che dalla mattina inveiva sulla cittadina cubana, avrebbe dovuto prendersi una pausa. Un acquazzone tropicale sferzò per più di un'ora, i turisti si dileguarono sui vari taxi e nei bar, noi fummo ospitati da un anziano signore nel suo ufficio. Aspettammo che il temporale si calmasse almeno un po', ringraziammo per l'ospitalità e ci dirigemmo verso casa cercando di evitare il più possibile le grandi pozze d'acqua saltando come grilli storpi da un angolo all'altro della strada.

Passando per la via principale dove prima brulicavano centinaia di persone, incontriamo un gruppo di ragazzini che incuranti della pioggia, hanno trasformato i marciapiedi lastricati di marmo in perfetti scivoli d'acqua. Li osserviamo e ci intratteniamo con le loro acrobazie fino a quando, grondanti e infreddoliti non si avvicinano incuriositi dalla macchina fotografica che tengo in mano. Nei loro occhi brilla pura e ingenua l'allegria di chi dalla vita sembra già avere tutto! Stiamo un po' con loro e scherziamo per come si sono inzuppati d'acqua, entusiasti (sia noi che loro) per questo incontro inatteso, li lasciamo con un piccolo regalo da spartirsi.
Il giorno seguente ci dirigiamo a Rancho Luna, una baia a circa 18 Km dalla cittadina di Cienfuegos. Qua troviamo molte famiglie e piccoli gruppi di ragazzi tutti intenti a giocare sulla spiaggia e a mangiare abbondanti porzioni che magicamente escono da grosse borse frigo, proprio come usava fare da noi tra gli anni sessanta e settanta.
Ci allontaniamo dalla calca per cercare un angolo un po' meno in auge, ma che a noi sicuramente avrebbe dato più soddisfazioni. Purtroppo però, il temporale che per l'intera notte ci ha cullato nei nostri giacigli, ha portato un'infinità di alghe lungo tutta l'insenatura coprendo di un colore verde marcio tutte le spiagge, vanificando di fatto l'intense colorazioni e le sfumature del fondale.
Ancora una volta il tempo non ci concede tregua rovesciandoci addosso altra acqua. Sconsolati e bagnati come pulcini ce ne torniamo verso casa, coscienti del fatto che comunque il giorno successivo saremmo partiti verso una nuova e sicuramente affascinante avventura.




Trinidad

Neanche un'ora di macchina durante la quale abbiamo incrociato molti più granchi che autoveicoli e ci ritroviamo davanti al grande cartello in muratura raffigurante il campanile della caratteristica chiesa di Trinidad. Sviluppatasi principalmente nell'era coloniale, dove gli schiavi importati dall'Africa venivano utilizzati per la coltivazione della canna da zucchero, oggi Trinidad è forse la città meglio preservata di tutti i caraibi. Arrivando si può rimanere un po' spiazzati, confusi, quasi irritati dalla travolgente attività dei Jineteros (piccoli procacciatori d'affari o semplici imbroglioni) che faranno di tutto per condurvi, con le scuse più disparate, presso una casa particulare a loro conosciuta e dalla quale ricevono commissioni per avervi presentato al proprietario. Nella maggioranza dei casi cercheranno di vendervi escursioni a piedi, a cavallo o vi proporranno il classico tour della città, ma vi può anche capitare di ritrovarsi con la ruota della macchina bucata. Quindi inizialmente rientra nella normalità avere la sensazione di sentirsi minacciati e può venire la voglia di lasciarsi subito alle spalle questa città cercando un posto più tranquillo. Ma trovate la forza, provate a resistere e a non farvi troppi problemi e non solo vi renderete conto che non esiste nessuna seria minaccia, ma sarete accolti in una realtà che allieterà tutti vostri sensi.

Giungendo dalla statale, orientarsi in questa splendida città risulterà tutt'altro che facile, le vie hanno cambiato nome dopo la Rivoluzione e i cartelli sono attaccati alle pareti delle case soltanto nelle vicinanze del centro, inoltre gli abitanti continuano a chiamarle con i vecchi nomi coloniali, quindi se non siete mai stati a Trinidad, imboccare la strada giusta dalla periferia è praticamente impossibile. Potete chiedere informazioni, ma ricordate: i Jineteros sono sempre pronti!
Ma forse è giusto così, perchè Trinidad bisogna meritarsela!

Girovagando per le pittoresche strade di pietra che si snodano attraverso l'intera cittadina si possono ammirare i colorati edifici dell'era coloniale con gli alti soffitti e le classiche colonne di sostegno poste equidistanti tra loro. Importato dai Conquistadores spagnoli, lo stile moresco si riconosce in quasi tutte le abitazioni della città. Il clima mite per circa dodici mesi l'anno ha permesso lo sviluppo di questo genere di case, dove un'ampia stanza principale all'ingresso conduce solitamente ad una piccola corte centrale (in alcuni casi ad un corridoio all'aperto), dalla quale si raggiungono le altre stanze della casa ed eventualmente i piani superiori.

Vicino al centro storico molti edifici che una volta erano di proprietà di ricche famiglie aristocratiche, ospitano oggi suggestivi negozi di souvenir, accoglienti paladares (ristoranti a gestione familiare), locali dov'è possibile bere un drink e ascoltare dell'ottima musica cubana, oppure caratteristiche botteghe dove pittori e artisti si dilettano in opere d'arte di vario genere. Ma basta fare poche centinaia di metri fuori dal centro che si trovano venditori di Grattachecca, bancarelle con splendidi ricami fatti a mano e ancora stoviglie usate di ogni genere e gli onnipresenti ninnoli, un insieme variopinto di oggetti e persone che sono l'anima pulsante di questa tipica cittadina caraibica, dove si respira un'atmosfera semplice ed è un vero piacere saturare le pupille con una tale varietà di sfumature e personaggi che ad ogni angolo s'incontrano.

Passeggiare per le snodate vie di Trinidad la sera subito dopo cena poi è un'esperienza che consiglio calorosamente. Vi sembrerà di attraversare un paese fantasma, le strade che fino a poco prima brulicavano di persone e cigolanti carretti di frutta e verdura vengono abbandonate a se stesse, talvolta un piccolo cane vagabondo sbuca da dietro un angolo trotterellando con il naso in terra alla ricerca di un misero avanzo lasciato per strada da qualche sbadato turista. Da ogni finestra e porta esce sincronizzata la stessa voce, lo stesso suono, la medesima frase si propaga rimbalzando tra le pareti della grande stanza dove l'intera famiglia si riunisce davanti alla TV per seguire appassionatamente lo sceneggiato di turno. Le vie illuminate da precari lampioni dalle luci deboli e giallastre, dove le dure ombre nascondono i passanti, sono ideali per guardare senza essere visti, osservando gli ignari attori nella loro vita quotidiana.
All'interno delle case immutate da centinaia di anni, un quadro raffigurante il Cristo o la Madonna, un ritratto di qualcuno che adesso probabilmente non è più su questa terra e poi l'immancabile rappresentazione del Che e della bandiera cubana. Qualche mobile dall'aspetto non più raggiante, ma che se potesse parlare ne avrebbe da raccontare molte su cosa e chi in quella casa è passato.

La Plaza Mayor è bellissima di giorno e suggestiva la notte, la Casa de la Musica anima la scalinata principale con luci e musica dal vivo dove turisti e cubani s'incontrano al ritmo di salsa. Situata a metà strada tra mare e monti, Trinidad è l'ideale sia per gli amanti dalle acque cristalline e spiagge da sogno, sia per coloro che preferiscono avventurarsi facendo trekking tra le montagne del Parque Natural Topes de Collantes.

Ci siamo fermati a Trinidad cinque giorni invece dei tre inizialmente programmati, assuefatti dagli splendori che ci circondavano. Purtroppo il nostro tempo a disposizione era oramai giunto al termine, l'aereo ci aspettava inesorabile a l'Avana. Non potevamo però andare via da Cuba senza aver visto il Mausoleo del Che e visto che non distava troppo da Trinidad abbiamo deciso di fare una veloce tappa a Santa Clara. Siamo partiti la mattina dell'ultimo giorno solo dopo aver salutato i gentili proprietari di casa che ci hanno ospitato con tanta cordialità e riguardo e stretto calorosamente la mano a tutte le altre persone che ci hanno accompagnato in questa splendida parentesi di vita.

Trovare Piazza della Rivoluzione a Sana Clara è, a differenza degli altri posti, facilissimo. A prescindere da quale direzione voi stiate provenendo, troverete decine di cartelli che vi indicheranno la via giusta. Appena arrivate, il vostro sguardo ricadrà immediatamente sulla maestosa statua in bronzo di circa 6 metri raffigurante il rivoluzionario per eccellenza, posta su di una torre in pietra che domina l'intera piazza e la città sottostante. Il Che dall'alto dei suoi tredici metri osserva e spero proprio che non giudichi coloro che ancora oggi usano il suo nome e la sua dedizione per scopi quantomeno discutibili. Anche noi come tutti gli altri ci facciamo una foto ricordo al cospetto del monumento e visitiamo il museo a Lui dedicato, per poi ripartire in direzione nord.

Arrivati nuovamente a l'Avana, facciamo un ultimo giro in taxi per goderci ancora una volta la feroce bellezza della capitale cubana per poi dirigersi verso l'ultima inevitabile fermata del nostro viaggio. Una volta saliti a bordo dell'aereo e i motori hanno cominciato a rullare iniziavo a sentire la voglia di essere a casa. Le dieci e più ore che mi aspettavano le avrei volentieri cancellate dalla mia vita, ma una volta partiti e con lo sguardo fuori dall'oblò osservavo il sole tramontare, mi ha invaso un senso di malinconia. Le umili case che diventavano via via sempre più piccole e i campesinos di ritorno su i loro carri mi portarono alla bocca un ultimo autentico sorriso. Di sicuro prima o poi tornerò in questi luoghi e mentre con la mente vagavo tra i ricordi e osservavo per l'ultima volta le bellezze che ci stavamo lasciando alle spalle, mi ricomparve alla mente una frase di Ernest Hemingway:

Il mondo è un bel posto e per esso vale la pena di lottare.




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